Di Patanjali non si sa nulla. Neppure quando è vissuto: qualcuno propende per il II secolo a.C., altri parlano del III o addirittura del V secolo della nostra era. La prima ipotesi pare comunque la più probabile.
I suoi Sutra (aforismi) sullo Yoga costituiscono la più
antica opera organica sull' argomento: essenza dello yoga e natura della
concentrazione, modi che ne determinano il conseguimento, poteri soprannaturali
che ne derivano e isolamento dell' anima, come risultato della perfetta
concentrazione.
Non si tratta di un testo tecnico, ma di una vera e propria
guida spirituale.
L' opera si compone di 194 aforismi, divisi in quattro libri.
Il primo, il "Samadhi-pada", tratta in 51 aforismi la mente, la natura del samadhi, le tecniche di meditazione per sbrogliare "il testimone" dai lacci che impediscono una chiara visione.
Il secondo libro, di 55 aforismi, si rivolge "alla mente ordinaria", descrivendole il sentiero per accedere allo Yoga (e cioè al processo illustrato nel primo libro).
Nel terzo libro, il "Vibhuti-pada", Patanjali compie un atto di compassione: nei 55 aforismi che compongono questo libro si ferma ad elencare i poteri "sovrannaturali" che le pratiche Yoga possono produrre, quasi volesse ricordare a quanti si lasciano inebriare da questi "risultati" che non è questo ne lo scopo ne la meta dello Yoga.
Il quarto libro, il "Kaivalya-pada", tratta in 33 aforismi la natura della liberazione, ma non solo, illustra la mente e la sua struttura, l'azione e il suo deviare, l'interrelare e i condizionamenti che esso produce. Parla cioè di noi più di qualsiasi altro libro.
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